giovedì 15 gennaio 2015

SALUTO AL RE

E’ tempo di bilanci, è tempo di non dimenticare, di ricordare come la lunga presidenza di Napolitano abbia rappresentato una delle più radicali cesure all’interno della nostra storia repubblicana, frutto di un interventismo a senso unico, che ha modificato drasticamente la storia del nostro paese. Almeno su due punti.

LA POLITICA


Napolitano è stato l’autore principale di quel colpo di Stato permanente che, a partire dal 2010, ha determinato la fine, di fatto, della repubblica parlamentare, in favore di un sistema presidenziale fondato sull’esautorazione del Parlamento. Il Re ha fatto e disfatto i propri governi. Con un colpo di mano, ha sostituito Berlusconi , democraticamente eletto, con Monti, per poi far finire il governo di quest’ultimo con le dimissioni,  senza essere stato sfiduciato, e  ha forzato, di fatto, i tempi per le nuove elezioni politiche, che sono state d’improvviso anticipate per far perdere la maggioranza al centrodestra. Con la conseguenza che, contrariamente a quanto sarebbe avvenuto nel caso in cui la legislatura fosse stata fosse stata portata a termine “naturalmente” (con elezioni in Aprile), la formazione del nuovo governo, dopo il voto di febbraio, è stata ancora affidata a Re Giorgio.
Poi c’è stata la sua rielezione, del tutto atipica: una vera e propria consegna del potere di determinare l’indirizzo politico del Paese nelle sue mani (“accetteremo ogni tua condizione, a patto che tu rimanga”).

LA VITA

Il presidente della Repubblica non ha potere di legiferare in materia, ma certamente può usare la sua posizione per influenzare dibattito e scelte. E Napolitano in questo è stato più che attivo, un vero e proprio militante contro la vita e la famiglia. Sempre con quell’atteggiamento pacato e bonario da bravo nonno, che tanto piace ai “moderati”, ma pur sempre militante. 
In particolar modo l’eutanasia è stata un suo cavallo di battaglia: cominciò già nel 2006 rispondendo all’appello di Piergiorgio Welby e facendo dunque pesare il suo favore a porre fine alla vita
Ma certamente il punto più drammatico della militanza pro-eutanasia di Napolitano si è avuta con il caso di Eluana Englaro nel febbraio 2009, quando un suo intervento diretto fu decisivo per la morte della giovane donna. Il presidente della Repubblica – con una mossa fuori da ogni regola costituzionale – raggiunse al telefono il Consiglio dei ministri nel bel mezzo della riunione in cui si sarebbe dovuto varare un decreto d’urgenza per impedire che diventasse operativa una sentenza che avrebbe permesso di porre fine alla vita di Eluana nella clinica La Quiete di Udine. Napolitano disse con chiarezza che non avrebbe firmato quel decreto perché non vi ravvisava quelle caratteristiche di necessità e urgenza (sic!) che un decreto legge deve avere.
Fu la condanna a morte definitiva di Eluana.  Nulla potrà cancellare la memoria di quel gesto, che non è soltanto una macchia su una carriera piena di successi, ma il vertice di una intera carriera politica in cui il valore della vita è sempre stato relativo (qualcuno ricorda non dico il pentimento, ma un cenno di autocritica per il sostegno convinto alle repressioni sanguinose del comunismo sovietico?). E una società in cui il valore della vita non è assoluto è una società condannata a vedere trionfare la legge del più forte.

Ora  il successore, per cui le Camere riunite cominceranno a votare dal 29 gennaio, erediterà un Quirinale per cui la funzione notarile che la Costituzione sostanzialmente gli riserva è solo un ricordo.  
Da qui la necessità di una figura che faccia tornare la massima carica dello Stato, se non nei confini attribuitigli dai padri costituenti, almeno entro i limiti del buon senso.


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